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Arte funeraria | Funeral Art

21/12/2011

Bentornati.

Prima di tutto un saluto ai miei nuovi amici di fotografia incontrati al workshop di Jodi Bieber fatto a novembre, a Lucca.

Eccoci ad un nuovo progetto, questa volta abbastanza particolare: un viaggio per cimiteri di campagna e non.

Sono da sempre interessato agli esempi artistici che l’uomo si lascia alle spalle quando il destino decide che debba lasciare questo mondo: dalle tombe più semplici alle cappelle più imponenti… e non ho fotografato cimiteri monumentali, come quelli di Roma e Milano.

Anzi: sono andato in cerca di piccoli cimiteri di campagna per la Toscana, per scoprire angoli, costruzioni, scorci particolari (come il cimitero di Portovenere, una splendida terrazza verso il mare).

Lo so, l’argomento può lasciare perplessi: vi assicuro, i cimiteri sono luoghi vivi, e a loro modo affascinanti.

Un click sulla foto sotto per “rabbrividire” con me.

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Goodbye Steve!

06/10/2011

Sono un fan di Apple e devo a Steve l’aver trovato piacere a vedere e toccare le sue creazioni, utensili di tutti i miei giorni di lavoro.

A lui dedico una poesia della mia poetessa preferita, Wisława Szymborska.

“Qualche parola sull’anima”

L’anima la si ha ogni tanto,

nessuno la ha di continuo, per sempre.

Giorno dopo giorno,

anno dopo anno,

possono passare senza di lei.

A volte nidifica un po’ più a lungo,

sole in estasi e paura dell’infanzia,

a volte solo nello stupore dell’essere vecchi.

Di rado ci dà una mano in occupazioni faticose,

come spostare mobili, portare valigie

o percorrere le strade con scarpe strette,

quando si compilano moduli,

si trita la carne,

di regola ha il suo giorno libero.

Su mille nostre conversazioni

partecipa ad una,

ed anche a questo non necessariamente,

poiché preferisce il silenzio,

quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,

smonta di turno, alla chetichella,

è schifettosa,

non le piace vederci nella folla,

il nostro lottare per un vantaggio qualunque

e lo strepito degli affari, la disgusta,

gioia e tristezza

non sono per lei due sentimenti diversi,

è presente accanto a noi

solo quando essi sono uniti.

Possiamo contare su di lei

quando non siamo sicuri di niente

e curiosi di tutto,

tra gli oggetti materiali

le piacciono gli orologi a pendolo

e gli specchi, che lavorano con zelo

anche quando nessuno guarda.

Non dice da dove viene

e quando sparirà di nuovo,

ma aspetta chiaramente simili domande.

Si direbbe che

così come lei a noi,

anche noi siamo necessari a lei,

per qualcosa.

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Ex Manifattura Tabacchi – Lucca

25/04/2011

Ai primi di dicembre sono andato a vedere qualche mostra foto/video di LDPF 2010 presso la vecchia Manifattura Tabacchi di Lucca.

Per l’occasione era aperta al pubblico qualche sala: così dopo aver visto le mostre (con alterne sensazioni, vedi un mio post al riguardo) ho deciso di indossare i panni di Indiana Jones e lanciarmi nell’esplorazione del grande (ormai ex ) fabbrica .

Perchè Indiana Jones, direte? Perché questa immensa struttura è ormai abbandonata dal 2004 e i suoi locali furono svuotati quando venne deciso di spostare la produzione in una nuova struttura fuori Lucca.

Sono affascinato dai dinosauri industriali, dalle strutture dove per anni hanno vissuto e lavorato centinaia di esseri umani, e che ora sono vuote eppur piene di testimonianze di quello che fu.

E cosa fu la Manifattura Tabacchi di Lucca? Senza inventarmi nulla della sua gloriosa storia riporto un breve estratto trovato qua (un estratto della ricerca storica curata dalla Prof.ssa Simonetta Simonetti sulla Manifattura Tabacchi di Lucca):

Nel 1861 quattro erano le Manifatture di tabacco in Toscana (Firenze, Lucca, Massa Carrara e Capraia,queste due ultime soppresse nel 1865) su 15 esistenti in Italia (alle dipendenze del Ministero delle Finanze: Bologna, Cagliari, Chiaravalle, Milano, Modena, Napoli, Sestri,Torino,Torino Parco, più Verona e Roma). L’istituzione della Regia cointeressata a Lucca è del 1865. Dopo l’Unità d’Italia l’organico della Regia Manifattura era così composto: 13 ufficiali superiori, 165 tra ufficiali inferiori, operai e giornaliere,un totale di 500 sigaraie “cottimanti” che provvedevano alla intera richiesta di produzione.Le cottimanti erano per lo più molto giovani, ragazze, bambine di 11 anni qualificate come fanciulle avventizie fino ai 15 anni, da quella età ai 17 anni venivano inquadrate come avventizie in ruolo.”

Un’altra bella testimonianza di cosa fu la Manifattura per Lucca ed i Lucchesi è il libro “La manifattura Tabacchi di Lucca; una fabbrica, una storia” di Paolo Folcarelli, recensito qua.

Come vedete la struttura era viva e pulsante e per tante persone è stata fonte di lavoro per una vita intera, come ci testimonia anche Susanna, collega di Micromosso, nipote di un lavoratore della Manifattura (qua).

Ritornando al vostro blogger, posso dire che ho vagato in ogni anfratto accessibile (anche se a parte della struttura non sono riuscito ad accedere), solo soletto come se fossi l’unico sopravvissuto dopo una guerra (chimica, nucleare?), fotografando ed immaginando cosa potesse contenere ogni stanza, sgabuzzino, sottoscala.

E’ stata un’esperienza strana: sono molto attratto da situazioni o luoghi dove si misura palpabile l’assenza, la mancanza di qualcosa, anche se quasi sempre è solo uno stato temporaneo. Questa transitorierà nel caso della Manifattura è assente: un senso forte di abbandono, di inutilizzo mi ha invaso piano piano mentre fotografavo, e devo dire che quando alla fine sono uscito e sono ritornato per strada ero sollevato nel vedere che intorno a me si muovevano persone, sentivo rumori … insomma, c’era vita!

Ecco un’altra cosa strana: la Manifattura è dentro le mura cittadine e nonostante questo al suo interno arrivano suoni soffocati, come se un immenso aspirapolvere avesse aspirato con le persone i loro suoni, le parole e i rumori che ci circondano dalla mattina alla sera.

E’ come se sulla Manifattura fosse calata per sempre una notte senza fine.

Di seguito potete vedere le mie foto e quello che i mie occhi hanno sentito.

Manfattura Tabacchi di Lucca

Link utili

Archivio Fotografico Lucchese

Le Sigaraie di Lucca

La disciplina del lavoro: operai, macchine e fabbriche nella storia italiana

La testimonianza di un figlio di sigaraia a Lucca (Gavorchio)

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grandifoto.info [aggiornamento - update]

21/04/2011

Ciao a tutti.

Ho appena finito il restyling del mio sito con nuovi contenuti (“mie ricerche” e “sport”).

Fra un uovo e l’altro andate a dare un’occhiata e sappiatemi dire: www.grandifoto.info.

Buona Pasqua a tutti!

Hi folks!

I’ve updated my web site with brand new pictures and styles. 

So, take a look at www.grandifoto.info

Happy Easter!

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Is Apple God?

06/02/2011

[Fool.tv]

Everyone knows that Apple (Nasdaq: AAPL) has an insanely passionate following of shareholders and customers. Today, there may be confirmation that that passion has gone a bit too far.

According to a recent paper published by college professors at York University and San Francisco State University, the Apple community is starting to much more closely resemble a religion (or even a cult) than a typical Fortune 500 Company. Yes, it’s getting weird.

Fool Nick Kapur adds his two cents on fanatical Apple fanboys, and explains why this isn’t such a blasphemous situation. He says plenty of companies have devoted followers, including Starbucks (Nasdaq: SBUX) and American Express (NYSE: AXP), and they all have one thing in common: very successful stocks.

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Lucca Digital Photo Festival 2010

30/12/2010

Ciao a tutti.

Questa volta posto una specie di “recensione” sull’evento che ogni anno (da 6) si ripete a Lucca.

E’ un festival grazie al quale sono allestite varie mostre foto e video sparse per tutta la città di Lucca: fin qui niente di male, anzi!

E’ davvero bello passeggiare per Lucca e scoprire in chiese, chiostri ed ex-fabbriche, fotografie da tutto il mondo, specialmente quelle del World Press Photo (WPP).

Però qualcuno mi dovrebbe spiegare quale sia il razionale che ha spinto gli organizzatori a presentare del materiale così “particolare”.

Non riesco a capire cosa c’entri con la fotografia un lavoro come quello di Sandy Skoglund (sito): lavoro probabilmente di altissima caratura artistica, dove però la fotografia è solo un supporto per rappresentare installazioni visionarie che sinceramente ho avuto qualche difficoltà a comprendere.

E che dire della mostra di Jan Suadek (sito)? Una sequenza di nudi oscillanti fra il cattivo gusto e l’onirica volgarità, il tutto presentato in uno stanzone ormai disadorno delle ex-manifatture tabacchi, sotto un’impietosa luce gialloverde.

Probabilmente il mio gusto fotografico è troppo lontano da tali esempi.

Non perdo tempo a commentarvi le mostre di Francesca Woodman, Paola Binante (“Paralipomeni” (qua), mostra fiacca nascosta da un parolone che viene usato, come già in ambito biblico, per indicare un’aggiunta di cose precedentemente tralasciate, dal greco paraleipómena, a sua volta da paralèipô, appunto omettere, tralasciare), Missirkov/Bogdanov (“Cvetana Maneva” (qua)): anche qua nessuna scintilla è scoccata, e me ne sono andato via deluso ogni volta.

Più sulle mie corde il reportage sui Rom di Sara Munari: tema difficilissimo, svolto a mio parere in punta di piedi, lasciandosi alle spalle i soliti pregiudizi.

Andando avanti potremmo chiederci perchè sacrificare l’esposizione del WPP? La location era meravigliosa, la Chiesa dei Servi, con i marmi policromi delle pareti che si mescolavano con i colori delle foto, di numero tristemente scarno: una dei fiori all’occhiello del LDPF così sacrificato?

Fortuna che ho potuto ammirare le mostre di Giorgia Florio (sito) e Donna Ferrato (sito): ottimi esempi di fotogiornalismo o almeno di storie raccontate tramite le foto, dove si può apprezzare il messaggio e la visione che il fotografo ci ha voluto donare.

Un’altra iniziativa che mi è piaciuta molto è stata la serie di lectures organizzate in modo che i fotografi potessero descrivere se stessi, il proprio lavoro e le proprie aspirazioni: davvero carismatica è stata quella di Giulia Florio, interessante quella con i vincitori italiani al WPP 2010 (peccato che quasi tutti non fossero presenti, a parte Ausili, il cui racconto sui mattatoi colpisce davvero allo stomaco).

Notevole la mostra di Michel Comte (“Not Only Women”) al L.u.C.C.A. (Lucca Center of Contemporary Art): le donne da lui fotografate non sono mai oggetti, sono sempre soggetti che, con la sua arte, il fotografo riesce a trasformare in icone della femminilità contemporanea (dalla presentazione della mostra), riassumendo una gran parata di gnocche!

Direi un bilancio in chiaro/scuro: purtroppo ho l’impressione che man mano che gli anni passano la qualità generale delle opere esposte vada a calare, o almeno ad allontanarsi dal mio gusto.

Un piccolo slide show di quanto ho visto delle mostre di LPDF (con musica dei Depeche Mode!) … basta un click sull’immagine sotto.

Lucca Digital Photo Fest 2010

Hello folks.

This post is a review about Lucca Digital Photo Festival 2010, an event that takes place in Lucca every year (since 2005).

All exhibitions are hosted in many places in the city of Lucca.

It’s really nice to walk in to discover Lucca and churches, cloisters and former factories, places full of photographs from around the world, especially those of the World Press Photo (WPP).

But someone should tell us what’s the rationale that has driven the organizers.

I cannot understand what has to do with photography the exhibition of Sandy Skoglund (site): maybe she’s an artist, but photography is only a visionary support for her installations.

And what about the exhibition of Jan Suadek’s work (site)? A sequence of naked varying between bad taste and vulgarity dream, all presented in an empty, big room of the former tobacco factory of Lucca (aka Manifattura Tabacchi Lucca), in a pitiless light yellow-green.

Probably my photographic mood is too far from these examples.

I don’t waste time to comment on the exhibition of Francesca Woodman, Paola Binante (“Paralipomeni” (here), a weak show hidden by a big word that is used, as in the biblical context, to indicate the addition of things previously left out, from the greek paraleipómena in turn by paralèipô, just omit, leave out), Missirkov / Bogdanov (“Cvetan Maneva”).

Going forward we might ask why WPP exhibition was so sacrificed? The location was wonderful, the Church of the Servants, with multi-colored marble walls that blend with the colors of the photos: but why lacking in quantity?

I was really lucky to admire the exhibits Giorgia Florio (site) and Donna Ferrato (site), excellent examples of photojournalism, of stories told through photos, where you can appreciate the message and vision that the photographers wanted us to donate.

Another initiative that I really liked was the series of lectures organized so that photographers could describe themselves, their work and their aspirations: the best one was Giulia Florio, another interesting one was the italian winners of the WPP 2010 (pity that almost all were not present, apart from Ausili, whose story about slaughterhouses really hits the stomach).

The remarkable exhibition of Michel Comte (“Not Only Women”) at Lu.c.c.a. (Lucca Center of Contemporary Art): this exhibition arises from an assumption that all too often the fashion portrait, in particular the female one, only has to be studied from iconographic and stylistic points of view. Michel Comte overturns this assumption.

A small slide show of what I have seen exhibitions of LPDF (with music by Depeche Mode) … just click the image above.

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Canoa Polo | Canoe Polo

13/10/2010

Ciao!

E’ tanto tempo che non posto nulla: purtroppo non avevo nulla di curioso da farvi vedere.

Poi questa estate a Lerici ho assistito ad un torneo di un torneo davvero strano: il Canoa Polo!

Si, ok direte, ma … cosa cavolo è il canoa polo?

[Wikipedia.it] Il Canoa Polo (o kayak polo) si gioca con la palla in uno specchio d’acqua ferma (soprattutto laghi,canali o piscine) in un campo lungo 35 metri e largo 23 metri. La porta è sospesa a 2 metri dal livello dell’acqua e vince chi segna il maggior numero di goal in un tempo totale di 20 minuti per partita.

I cambi sono illimitati, l’importante è che nello specchio d’acqua in cui si gioca ci siano sempre solo 5 giocatori. I kayak per la canoa polo sono specifici per questa specialità e devono avere una lunghezza compresa tra i 2,1 e i 3,1 metri. I kayak da polo sono muniti in punta e coda di protezioni per ammorbidire i potenziali contatti con gli avversari.

La canoa polo é uno sport che unisce alla tecnica canoistica l’acquaticità della pallanuoto e il dinamismo della pallacanestro. Cinque giocatori in canoa cercano di segnare il numero maggiore di reti nella porta della squadra avversaria. La palla viene giocata con la pagaia o con le mani, in un campo di gioco costruito su un tratto di acqua senza corrente.

Bene, ora avete le idee più chiare? Allora guardate il mini slide show in fondo al post!

Hi folks!

This post is about a “strange” sport: Canoe Polo.

What? Canoe Polo?

[Wikipedia.org] The ball, a waterpolo ball, is passed from hand to hand among the players, with some use of the paddle on the ball also allowed. A player in possession can be tackled by being pushed over on the shoulder or back, players may only have the ball in their possession for a maximum of five seconds. Players can ‘dribble’ the ball by throwing it one meter or more, ahead of themselves or sideways into the water. Most of the rules concern the safety of the players involved. For example illegal substitution and entry into the playing area (see below), illegal use of the paddle, illegal action against a capsized player, illegal jostle and illegal screening. Penalties include goal- and sideline throws, free shots, goal penalty shots, and penalty cards.

Substitutions can be made at any time during the game without notifying the referee, the player has to cross the back line before another player can come on. If these rules are not followed a player is nominated by the captain of the offending team to be removed from play (sent off).

Canoe polo is played either indoors in swimming pools or outdoors on a pitch which should measure 35 metres by 23 metres. The edges of the pitch are marked by the sides of the pool, or better, by floating ropes (similar to lane markers in swimming).

There are two referees (one on each side-line) and they are on foot rather than in boats. The score is kept by the scorekeeper and the timekeeper monitors the playing time and sending-off times. The goal lines are monitored by 2 line judges. Before play commences scrutineers check all kit for compliance with regulations

The goals (measuring 1 by 1.5 metres) are a frame with a net, suspended 2 metres above the water. A player, acting as goalie, defends the goal with their paddle by sticking it up vertically, special rules concern the goalie, such as: the attacking team not being able to interfere with or jostle them. The length of the paddles used by the goalies are often longer than those used by other players.

The game is officially played as a 20 minute game consisting of 10 minute halves. The teams swap ends at half-time which is in 10 minutes :) Each half begins with a “sprint” where each team lines up against its goal-line and the ball is thrown into the middle of the pitch by the referee. One player from each team sprints to win possession of the ball.

Click on the image below to start a short slide show about Canoe Polo, all pictures taken at an international meeting at Lerici (La Spezia, Italy) this summer, on my holydays.

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slide show – Natura Minima (Minimal Nature)

13/04/2010

Natura Minima - ombre

Ciao a tutti.

Questa volta torno alle origini: ho sempre amato le foto di natura, in primis quelle macro. Ho passato i primi anni di fotografia inseguendo insetti, colori, fiori cercando nel particolare una prova della bellezza di quanto è accanto a noi, ogni giorno della nostra vita.

Non preoccupatevi! Non vi ho preparato alcun insetto: ho usato immagini di quello che ogni giorno possiamo vedere e che invece spesso ci sfugge, mentre balliamo la danza ripetitiva della nostra vita.

Concentrandomi su quanto mi circonda spesso ho l’impressione di scollegarmi dalla realtà e raggiungere una grande armonia interiore… che sia simile alla “meditazione”?

Chi s’incammina sulla strada della meditazione può ricorrere al linguaggio della fotografia, così come consiglia il monaco zen Thich Nhat Hanh (clicca qua per saperne di più) quando dice: “I meditanti sanno da sempre di dover usare i loro occhi e il linguaggio del tempo a cui appartengono per esprimere la loro profonda comprensione”.

Buona visione: basta cliccare qui o sull’immagine sopra.

Hi folks.
Just coming back to my roots! I always loved pictures of nature. I spent my first years of photography chasing insects, colors, flowers, looking for the evidence of the beauty of what is around us every day of our lives.
Don’t worry! No macros with spiders or bugs: my slide show is about what lies under our eyes, which are always closed while we sink in the repetitive dance of our life.
Focusing on what surrounds me I often feel disconnected from reality and reach a large inner harmony … it looks like “meditation”?
Who walks the path of meditation can use the language of photography, as recommended monk Thich Nhat Hanh (click here for more) when he says: “The yogis are known for always using their eyes and language of the time they belong to express their deep understanding. “
To look at my slide show just click here or the image above.
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All change! La nostra prima vacanza sulla neve (updated)

25/02/2010

Cimoncino nebbioso

25/02/2010

Buonasera a tutti! Ci siamo, o meglio ci siamo quasi: e’ la vigilia della partenza per la nostra prima vacanza sulla neve. Come fai a trovare il tempo di scrivere con tutti i preparativi da fare, direte voi? Nessun problema, visto che mi sono rassegnato a mettere in pratica la migliore strategia per preparare tutto quanto necessario: la piu’ totale improvvisazione! Sto raccogliendo indumenti qua e la’, li porto un po’ in giro per la casa e poi li ripongo la’ e qua, quasi mai in valigia, pero’… Anche perche’ non ho preso ancora nessuna valigia, visto che non abbiamo deciso quale prendere. Ma allora fatti guidare dalla moglie! A parte che sono piu’ bravo io a fare le valigie (tanto che mia moglie mi ha eletto rompipalle dell’anno), dovete sapere che proprio stasera doveva andare ad una riunione con i catechisti dei nostri figli, e quindi tutto e’ passato in secondo piano. Gia’, cosa mai e’ piu’ importante di una riunione del genere? Va la’, che se vado avanti a parlarne non basteranno tutte le preghiere che fara’ stasera per lasciarmi la fioca possibilita’ di guadagnarmi almeno il purgatorio. Per adesso e’ tutto. Ci sentiamo domani.

26/02/2010

Sono le 10 e stiamo per partire: bagaglio fatto e caricato in macchina, figli vestiti e caricati in macchina, genitori … Ok, ci siamo anche noi! Il tempo di accendere il motore e una piccola ma significativa bufera si abbatte su di noi: Fantozzi non e’ un’invenzione, e’ la pura certezza! Fino a Pistoia la pioggia fa da padrona, appena si incomincia a salire viene sostituita da un nebbione stile. Milano: ho ormai le traveggole, tanto che mi sembra di veder spuntare dalla nebbia la Moratti vestita da vigile urbano. Mi sa che la roba che assumo giornalmente non e’ più così buona come una volta! Comunque sia dopo 2 orette e mezza siamo a Fanano, meta del nostro viaggio, forse. Eh si, il forse e’ d’obbligo visto che l’agriturismo dove dovremmo pernottare risulta poi essere poco sotto il K2, vista la strada che dobbiamo ancora fare per raggiungerlo. Alla fine si scopre che è lungo la strada per il Cimoncino e quindi dopo un pò ci arriviamo. Gran bel posto (seguiranno le foto), bellissimo rustico riadattato con maneggio e altre amenità. Una volta presa la camera ci cambiamo e via verso le piste da sci … Peccato che nessuno di noi sappia sciare! Niente paura: hanno inventato lo slittino. Abbiamo “slittato” per circa 2 ore e alla fine eravamo pronti per le olimpiadi, specialità “Bob alla come viene viene”. Contenti e felici siamo ritornati all’agriturismo pronti per la cena: una doccia e via nella sala da pranzo forchetta in mano. Una nota sulla cena prima di salutarvi e passare ai racconti di domani: ravioli di spinaci al burro e salvia, seguiti da salsicce in umido con fagioli. Dormirò stanotte?

27/02/2010

Non ho dormito. Sarà stato il fantasma del colesterolo che cercava l’omega3 travestito da salsiccia, sarà stato Andrea che credeva di essere l’omega3 e correva e urlava, fatto sta che mi sono svegliato alle 5 e verso le 6 si è svegliato anche l’omega3, ops volevo dire Andrea. A stretto giro anche gli altri hanno salutato il nuovo giorno. Peccato che la colazione sarebbe stata servita solo dalle 8: che fare per più di un’ora? Ancora una volta le scorte alimentari portate dalla moglie si sono rivelate preziose: Andrea, il più affamato, ha fatto una sorta di pre-colazione, permettendo alle mie palle di diminuire la velocità di rotazione riducendo quindi l’energia dispersa per attrito, ottima cosa alla luce degli avvenimenti che sarebbero accaduti qualche ora dopo. Dopo aver consumato la vera colazione ci prepariamo per la nuova giornata durante la quale i 3 pupi più grandi avrebbero avuto la loro prima lezione di sci, alle 13.30 in punto. Arriviamo al baby parking, luogo dove ieri avevamo riscosso i primi successi nel bob, e dopo poco la famiglia Grandi assume la seguente configurazione: 1) Francesco, Elena e Ilaria vanno di slittino con una determinazione che poche altre volte ho riscontrato in loro; 2) Andrea sempre in braccio a sua madre e piangente appena si allontanava; 3) il sottoscritto con il tachimetro in mano a verificare se la velocità di rotazione delle summenzionate avesse raggiunto un nuovo record (vi anticipo la curiosità: non ho battuto il record, stabilito più di 3 anni fa, alla notizia che sarei diventato un quadri-babbo). Tempo di rallegrarmene, e subito avviene il patatrac: Ilaria decide che il livello di confidenza con lo slittino le potrebbe permettere anche di conseguire il brevetto di volo militare abilitato alla guida di un F15, e quindi le succede di volare oltre un trampolino di neve ricadendo in modo duro e scomposto sulla neve. Mi sono sentito morire: tanto secco è stato il colpo che per un breve momento non è riuscita a respirare più. Si è ripresa poco dopo, thanks God, ma ho dovuto riportarla dolorante e piangente in camera per verificare se tutto andasse bene. Le ho fatto anche un bell’impacco di neve fresca per lenire il dolore. Comunque sia si è ripresa bene tanto che nel pomeriggio, insieme ai fratelli, è andata a lezione di sci, la prima lezione della loro vita. Vi descrivo la scena: il solito maestro di sci belloccio (Loris, da pronunciare con la s emiliana), 3 pupi perplessi ma molto concentrati (in particolar modo nel tentativo di essere più bravi degli altri fratelli) e un tipo un pò coglionazzo che assiste alla lezione distribuendo inutili incoraggiamenti … Vi lascio indovinare chi potesse essere. Devo dire che più invecchio e più assomiglio a Furio, il personaggio francamente cagacazzo del film di Verdone. Ritorniamo alla lezione: tutto bene, sembra proprio che ai 3 della banda sia piaciuta … Salutiamo Loris e subito i 3 prendono gli sci e si mettono ad allenarsi, direte voi … Nooo, subito tutti si sono ripresi gli slittini e si sono lanciati giù nella pista, mentre Andrea continuava a recitare con professionalità il ruolo di koala aggrappato al suo bell’albero. In qualche modo la giornata sulla neve si conclude con l’organizzazione di un’altra ora di sci per il giorno dopo e una scappata a Fanano per un bel gelato. Sorvolo sulla cena, visto che i 4 energumeni avevano così sonno che avrebbero dormito anche davanti al dolce più succulento.

28/02/2010

Il terrore si impadronisce della banda: piove! Già dalle prime ore del giorno mia moglie ed io ci accorgiamo che rischiamo di dover passare passare buona parte del giorno all’agriturismo in preda alla noia, visto che i padroni si sono rifiutati di prendere la banda, koala escluso, come spalatori di letame per la stalla. Ed allora ci si rassegna: ci cambiamo ed andiamo sulla neve. Risultato? Bimbi fradici ma felici e babbo collassato nel gelo, nebbia e pioggia (ricordate Fantozzi nella partita di tennis con Filini?). Tutta questa sofferenza fino alle 15.30, momento in cui la banda decide che ne hanno abbastanza tutti e permette la discesa valle in agriturismo. Dopo poco la banda ricomnicia a smaniare e quindi decido di portarli al paese più vicino, Fanano, per un gelato e affini. Peccato che la nebbia nel frattempo fosse scesa a valle: vi lascio immaginare la comodità nel guidare in stradine di montagna percorse un paio di volte al massimo. Ormai la vacanza è alla fine: domani si riparte, e devo dire che la banda si è molto divertita, e noi siamo stati abbastanza bene, a parte il koala e il freddo.

Sicuramente si rifarà, un giorno!

Monte Cimone di notte

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Win Wenders – To Shoot Pictures

06/01/2010

Ciao a tutti!

Questa volta vi presento il bellissimo testo sull’atto di fotografare che ha scritto Win Wenders per il suo libro.

Se riuscirete ad arrivare in fondo probabilmente sarete in grado di capire quanto possa essere fortunato chi ama e frequenta la fotografia.

Buona lettura!

“TO SHOOT PICTURES…”
di Wim Wenders (Una volta, ed. Socrates)

“Sparare” fotografie.Quello del fotografare è un atto nel tempo,nel quale qualcosa viene strappato al suo momentoe trasferito in una diversa forma di continuità.Si pensa sempreche ciò che viene strappato al temposi trovi davanti alla macchina fotografica.Ma non è del tutto vero.Fotografare è infatti un atto bidirezionale:in avanti e all’indietro.Certo, si procede anche “all’indietro”.Il paragone non è poi tanto stravagante.Come il cacciatore appoggia il suo fucile,mira alla selvaggina davanti a lui,preme il grilletto,e quando parte il proiettileviene spinto indietro dal contraccolpo,così anche il fotografo viene risospintoverso se stessopremendo il dispositivo dello scatto.Una fotografia è sempre un’immagine duplice:mostra il suo oggettoe – più o meno visibile –dietro”, il “controscatto”:l’immagine di colui che fotografaal momento della ripresa.
Questa controimmagine,presente in ogni fotografia, non viene fissata dall’obiettivo,così come il cacciatore non viene colpito dal suo proiettile,ma ne avverte soltanto il contraccolpo.Cos’è dunque il “contraccolpo” del fotografo?Come viene percepito,come si riproduce nell’immagine fotografata?Che cosa lo rende, per così dire, evidente nella fotografia?In tedesco c’è una parola molto significativaper indicare questo concetto,una parola che conosciamo da contesti del tutto diversi:disposizione. (In tedesco: Einstellung, n.d.t.)
In senso psicologico o morales’intende con essa sottolineare l’atteggiamentocol quale qualcuno “si dispone a qualcosa”,ovvero si prepara a qualcosa per poi ri-prenderla.La “disposizione”è però anche un concetto nella fotografiao nel film,e definisce l’immagine e il suo taglio,ma ancheil modo in cui si dispone la macchina fotograficarispetto ai valori della luce e dei tempi,con i quali l’operatore poi si dispone alla “ripresa”.Naturalmente non è un casoche la stessa parola definisca tanto l’atteggiamentoquanto l’immagine prodotta mediante lo stesso.Ogni “disposizione” (e quindi ogni immagine)riflette la “disposizione” di colui che ha “ripreso” questa immagine.
Al contraccolpo del cacciatorecorrisponde nella fotografiail ritratto, più o meno visibile,di colui che fotografa.Non vengono fissati i tratti del volto,bensì il suo atteggiamento, la sua disposizione verso ciòche gli stava davanti.La macchina fotografica è dunque un occhioche può guardare nel contempo davanti e dietro di sé.Davanti scatta una fotografia,dietro traccia una silhouette dell’animo del fotografo:ovvero coglieattraverso il suo occhio ciò che lo motiva.Una macchina fotografica vede perciò davanti il suo oggetto,e dietro il motivo per cui questo oggetto doveva essere fissato.Mostra le cosee il desiderio di esse.Verso ciò che è davanti assume un atteggiamento,e altrettanto verso ciò che sta dietro.Ecco.Ogni secondo in qualche parte del mondoqualcuno fa uno scatto e fissa qualcosaperché lui, o lei, sono affascinatida una certa luce,da un volto,da un gesto,da un panorama,o da un’atmosfera,o semplicemente perché una situazione doveva essere fissata.Gli oggetti della fotografia,questo è evidente, sono innumerevoli.Ogni secondo li moltiplica di nuovo all’infinito.Ogni istante del fotografare,in qualche parte del mondo, è però unico e incomparabile.Il tempo,il tempo inarrestabile, ne è un garante.Perfino le migliaia e migliaia di istantanee dei turisti,le “photo opportunities” appositamente segnalate,sono, prese in sé, incomparabili e uniche.
Il tempo,perfino nei suoi momenti più banali e lapidari,come nello”scatto” dei turisti, è unico e irripetibile.Ciò che è straordinario in ogni fotografianon è tanto il fattoche là,secondo l’opinione corrente,sarebbe stato “fissato il tempo”,bensì il contrarioche proprio in ogni foto esso torna a dar provadi quanto sia in-arrestabile e continuo.
Ogni foto è una rievocazione della nostra mortalità.Ogni foto tratta della vita e della morte.Ogni foto ha un’aura di sacralità.Ogni foto è più dello sguardo di un uomo,è superiore alle capacità del suo fotografo.Ogni foto è anche un aspetto della creazioneal di fuori del tempo, da una visuale divina.
Di fatto il fotografare (o meglio il poter fotografare)è “troppo bello, per essere vero”.Ma è anche altrettantotroppo vero per essere bello.Perciò fotografare èsempre anche un atto di presunzione e di ribellione.Fotografare insegna l’intemperanza o l’umiltà.(Dietro alle foto veramente “buone” peròsi scorge sempre l’occhio umile).
Se una macchina fotografica riprende dunque in ambedue le direzioni,in avanti e all’indietro, fondendo le due immagini tra loro,in modo che il “dietro” si dissolva nel “davanti”,allora essa permette al fotografo già nell’istante della ripresadi essere davanti, dentro alle cose, e non separato da loro.Attraverso il mirinocolui che fotografa può uscire da séed essere dall’“altra parte”, nel mondo,può meglio comprendere, vedere meglio, sentire meglio, amare di più.(E certo, purtroppo, anche disprezzare di più.C’è anche quello infatti, lo “sguardo cattivo”.)
Ogni fotografia, ogni “Una volta” nel tempo,è anche l’inizio di una storia che comincia con “C’era una volta…”.Ogni foto è anche la prima chiave di un film.Spesso poi il momento successivo, i piccoli progressi,il nuovo scatto, l’immagine che seguesono già uno scovare le traccedel procederedi questa storia nel suo proprio spazio e nel suo proprio tempo.Per me in ogni casoil fotografare era diventato “nel corso del tempo”sempre più uno “scovare le tracce di storie”.
Perciò in questo libro ci sonopiù serie di immaginiche non immagini singole.In ogni seconda immagine ha inizio il montaggio,si muove la storia che si era annunciata nella prima immagine,il suo senso dello spazio si svolge nella direzione che le è propria,lasciando presagire il suo senso del tempo.Talvolta il presunto protagonista si presentain un ruolo del tutto secondario.E talvolta non c’è un personaggio di primo pianoma un paesaggio.Credo fermamente nella forza creativa dei paesagginell’ambito di una storia.
Ci sono paesaggi,siano essi città, luoghi deserti,paesaggi montani, o tratti costieri,che addirittura reclamano a gran voce una storia.Essi evocano le “loro storie”, sì, se le creano.I paesaggipossono essere veramente personaggie le persone che vi compaiono semplici comparse.E poi credo altrettanto fermamente agli accessori.Cosa non può raccontare il giornaleapparentemente dimenticato per caso in una foto!Oppure il cartello pubblicitario sullo sfondo!O la macchina parcheggiata al margine della strada!Una sedia!Come se ne sta lì!Come se proprio ora qualcuno si fosse alzato!Un libro aperto su un tavolo!Il mozzicone di sigaretta sul marciapiede!
Nelle foto le cose possono essere tragiche,terribilmente buffe, divertenti o tristi.Per non parlare dei capi di vestiario!Nulla può apparire più eccitante nelle foto.La calza che scende sulla gamba di un bambino!Il bavero rivoltato di un uomo che si vede solo da dietro!Macchie di sudore! Pieghe!Bottoni che mancano! Cose appena stirate!La storia della vita di una donna riepilogata nel suo vestito!Il dramma di un uomo espresso nel suo cappotto!Il vestiario indica la temperatura di un’immagine,la data, l’ora,periodi di guerra e di pace,periodi intermedi.
E tutto appare sempre e soltanto una volta,e di quell’una volta, la foto fa poi un sempre.Soltanto attraverso la fotografia il tempo diventa visibile,e nel tempo, tra la prima fotografia e la secondaappare la storia,che senza queste due foto sarebbe caduta nell’obliodi un altro sempre.Così come io mentre fotografavovolevo perdermi fuori, nel mondo e dentro alle cose,allo stesso modo ora il mondo e le cose scaturiscono dalla fotografiaper entrare in me (o in ogni altro osservatore)e là vogliono continuare ad agire.Soltanto “là” nascono le storie,lànell’occhio di colui che osserva.
Spero che questo libro di fotografiediventi un libro di storie.Non lo è ancora, ma lo può diventareattraverso chiunque abbia vogliadi ascoltare il suo vedere.

Hi all!

This time no pictures: words only!

Some great thougths by Win Wenders about shooting pictures: I like every single word!

“TO SHOOT PICTURES…”
by Wim Wenders

To shoot pictures.
Taking pictures is an act in time,
in which something is snapped out of its own time
and transferred into a different kind of duration.
It is commonly assumed
that whatever is captured in this act
lies IN FRONT OF the camera.
But that is not true.
Taking pictures is an act in two directions:
Forwards
 AND backwards.
Yes, taking pictures also “backfires”.
This isn’t even too lame a comparison.
Just as the hunter lifts his rifle,
aims at the deer in front of him,
pulls the trigger,
and, when the bullet departs from the muzzle,
is thrown backwards by the recoil,
the photographer, likewise, is thrown backwards,
onto himself,
when releasing the shutter.
A photograph is always a double image,
showing, at first glance, its subject,
but at a second glance – more or less visible,
”hidden behind it”, so to speak,
the “reverse angle”:
the picture of the photographer
in action.

Just as the hunter is not struck by the bullet, though,
but only feels the recoil of the explosion,
this counter-image contained in every photograph
is not actually captured by the lens, either.
(Yet it remains somehow inextricably in the picture,
as an invisible impression of the photographer
that even gets developed within the dark room chemistry …)

To shoot pictures.
Taking pictures is an act in time,
in which something is snapped out of its own time
and transferred into a different kind of duration.
It is commonly assumed
that whatever is captured in this act
lies IN FRONT OF the camera.
But that is not true.
Taking pictures is an act in two directions:
Forwards
AND backwards.
Yes, taking pictures also “backfires”.
This isn’t even too lame a comparison.
Just as the hunter lifts his rifle,
aims at the deer in front of him,
pulls the trigger,
and, when the bullet departs from the muzzle,
is thrown backwards by the recoil,
the photographer, likewise, is thrown backwards,
onto himself,
when releasing the shutter.
A photograph is always a double image,
showing, at first glance, its subject,
but at a second glance – more or less visible,
”hidden behind it”, so to speak,
the “reverse angle”:
the picture of the photographer
in action.Just as the hunter is not struck by the bullet, though,
but only feels the recoil of the explosion,
this counter-image contained in every photograph
is not actually captured by the lens, either.
(Yet it remains somehow inextricably in the picture,
as an invisible impression of the photographer
that even gets developed within the dark room chemistry…)

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