Arte funeraria | Funeral Art

Bentornati.

Prima di tutto un saluto ai miei nuovi amici di fotografia incontrati al workshop di Jodi Bieber fatto a novembre, a Lucca.

Eccoci ad un nuovo progetto, questa volta abbastanza particolare: un viaggio per cimiteri di campagna e non.

Sono da sempre interessato agli esempi artistici che l’uomo si lascia alle spalle quando il destino decide che debba lasciare questo mondo: dalle tombe più semplici alle cappelle più imponenti… e non ho fotografato cimiteri monumentali, come quelli di Roma e Milano.

Anzi: sono andato in cerca di piccoli cimiteri di campagna per la Toscana, per scoprire angoli, costruzioni, scorci particolari (come il cimitero di Portovenere, una splendida terrazza verso il mare).

Lo so, l’argomento può lasciare perplessi: vi assicuro, i cimiteri sono luoghi vivi, e a loro modo affascinanti.

Un click sulla foto sotto per “rabbrividire” con me.

Lucca Digital Photo Festival 2010

Ciao a tutti.

Questa volta posto una specie di “recensione” sull’evento che ogni anno (da 6) si ripete a Lucca.

E’ un festival grazie al quale sono allestite varie mostre foto e video sparse per tutta la città di Lucca: fin qui niente di male, anzi!

E’ davvero bello passeggiare per Lucca e scoprire in chiese, chiostri ed ex-fabbriche, fotografie da tutto il mondo, specialmente quelle del World Press Photo (WPP).

Però qualcuno mi dovrebbe spiegare quale sia il razionale che ha spinto gli organizzatori a presentare del materiale così “particolare”.

Non riesco a capire cosa c’entri con la fotografia un lavoro come quello di Sandy Skoglund (sito): lavoro probabilmente di altissima caratura artistica, dove però la fotografia è solo un supporto per rappresentare installazioni visionarie che sinceramente ho avuto qualche difficoltà a comprendere.

E che dire della mostra di Jan Suadek (sito)? Una sequenza di nudi oscillanti fra il cattivo gusto e l’onirica volgarità, il tutto presentato in uno stanzone ormai disadorno delle ex-manifatture tabacchi, sotto un’impietosa luce gialloverde.

Probabilmente il mio gusto fotografico è troppo lontano da tali esempi.

Non perdo tempo a commentarvi le mostre di Francesca Woodman, Paola Binante (“Paralipomeni” (qua), mostra fiacca nascosta da un parolone che viene usato, come già in ambito biblico, per indicare un’aggiunta di cose precedentemente tralasciate, dal greco paraleipómena, a sua volta da paralèipô, appunto omettere, tralasciare), Missirkov/Bogdanov (“Cvetana Maneva” (qua)): anche qua nessuna scintilla è scoccata, e me ne sono andato via deluso ogni volta.

Più sulle mie corde il reportage sui Rom di Sara Munari: tema difficilissimo, svolto a mio parere in punta di piedi, lasciandosi alle spalle i soliti pregiudizi.

Andando avanti potremmo chiederci perchè sacrificare l’esposizione del WPP? La location era meravigliosa, la Chiesa dei Servi, con i marmi policromi delle pareti che si mescolavano con i colori delle foto, di numero tristemente scarno: una dei fiori all’occhiello del LDPF così sacrificato?

Fortuna che ho potuto ammirare le mostre di Giorgia Florio (sito) e Donna Ferrato (sito): ottimi esempi di fotogiornalismo o almeno di storie raccontate tramite le foto, dove si può apprezzare il messaggio e la visione che il fotografo ci ha voluto donare.

Un’altra iniziativa che mi è piaciuta molto è stata la serie di lectures organizzate in modo che i fotografi potessero descrivere se stessi, il proprio lavoro e le proprie aspirazioni: davvero carismatica è stata quella di Giulia Florio, interessante quella con i vincitori italiani al WPP 2010 (peccato che quasi tutti non fossero presenti, a parte Ausili, il cui racconto sui mattatoi colpisce davvero allo stomaco).

Notevole la mostra di Michel Comte (“Not Only Women”) al L.u.C.C.A. (Lucca Center of Contemporary Art): le donne da lui fotografate non sono mai oggetti, sono sempre soggetti che, con la sua arte, il fotografo riesce a trasformare in icone della femminilità contemporanea (dalla presentazione della mostra), riassumendo una gran parata di gnocche!

Direi un bilancio in chiaro/scuro: purtroppo ho l’impressione che man mano che gli anni passano la qualità generale delle opere esposte vada a calare, o almeno ad allontanarsi dal mio gusto.

Un piccolo slide show di quanto ho visto delle mostre di LPDF (con musica dei Depeche Mode!) … basta un click sull’immagine sotto.

Lucca Digital Photo Fest 2010

Hello folks.

This post is a review about Lucca Digital Photo Festival 2010, an event that takes place in Lucca every year (since 2005).

All exhibitions are hosted in many places in the city of Lucca.

It’s really nice to walk in to discover Lucca and churches, cloisters and former factories, places full of photographs from around the world, especially those of the World Press Photo (WPP).

But someone should tell us what’s the rationale that has driven the organizers.

I cannot understand what has to do with photography the exhibition of Sandy Skoglund (site): maybe she’s an artist, but photography is only a visionary support for her installations.

And what about the exhibition of Jan Suadek’s work (site)? A sequence of naked varying between bad taste and vulgarity dream, all presented in an empty, big room of the former tobacco factory of Lucca (aka Manifattura Tabacchi Lucca), in a pitiless light yellow-green.

Probably my photographic mood is too far from these examples.

I don’t waste time to comment on the exhibition of Francesca Woodman, Paola Binante (“Paralipomeni” (here), a weak show hidden by a big word that is used, as in the biblical context, to indicate the addition of things previously left out, from the greek paraleipómena in turn by paralèipô, just omit, leave out), Missirkov / Bogdanov (“Cvetan Maneva”).

Going forward we might ask why WPP exhibition was so sacrificed? The location was wonderful, the Church of the Servants, with multi-colored marble walls that blend with the colors of the photos: but why lacking in quantity?

I was really lucky to admire the exhibits Giorgia Florio (site) and Donna Ferrato (site), excellent examples of photojournalism, of stories told through photos, where you can appreciate the message and vision that the photographers wanted us to donate.

Another initiative that I really liked was the series of lectures organized so that photographers could describe themselves, their work and their aspirations: the best one was Giulia Florio, another interesting one was the italian winners of the WPP 2010 (pity that almost all were not present, apart from Ausili, whose story about slaughterhouses really hits the stomach).

The remarkable exhibition of Michel Comte (“Not Only Women”) at Lu.c.c.a. (Lucca Center of Contemporary Art): this exhibition arises from an assumption that all too often the fashion portrait, in particular the female one, only has to be studied from iconographic and stylistic points of view. Michel Comte overturns this assumption.

A small slide show of what I have seen exhibitions of LPDF (with music by Depeche Mode) … just click the image above.

slide show – Natura Minima (Minimal Nature)

Natura Minima - ombre

Ciao a tutti.

Questa volta torno alle origini: ho sempre amato le foto di natura, in primis quelle macro. Ho passato i primi anni di fotografia inseguendo insetti, colori, fiori cercando nel particolare una prova della bellezza di quanto è accanto a noi, ogni giorno della nostra vita.

Non preoccupatevi! Non vi ho preparato alcun insetto: ho usato immagini di quello che ogni giorno possiamo vedere e che invece spesso ci sfugge, mentre balliamo la danza ripetitiva della nostra vita.

Concentrandomi su quanto mi circonda spesso ho l’impressione di scollegarmi dalla realtà e raggiungere una grande armonia interiore… che sia simile alla “meditazione”?

Chi s’incammina sulla strada della meditazione può ricorrere al linguaggio della fotografia, così come consiglia il monaco zen Thich Nhat Hanh (clicca qua per saperne di più) quando dice: “I meditanti sanno da sempre di dover usare i loro occhi e il linguaggio del tempo a cui appartengono per esprimere la loro profonda comprensione”.

Buona visione: basta cliccare qui o sull’immagine sopra.

Hi folks.
Just coming back to my roots! I always loved pictures of nature. I spent my first years of photography chasing insects, colors, flowers, looking for the evidence of the beauty of what is around us every day of our lives.
Don’t worry! No macros with spiders or bugs: my slide show is about what lies under our eyes, which are always closed while we sink in the repetitive dance of our life.
Focusing on what surrounds me I often feel disconnected from reality and reach a large inner harmony … it looks like “meditation”?
Who walks the path of meditation can use the language of photography, as recommended monk Thich Nhat Hanh (click here for more) when he says: “The yogis are known for always using their eyes and language of the time they belong to express their deep understanding. “
To look at my slide show just click here or the image above.

Win Wenders – To Shoot Pictures

Ciao a tutti!

Questa volta vi presento il bellissimo testo sull’atto di fotografare che ha scritto Win Wenders per il suo libro.

Se riuscirete ad arrivare in fondo probabilmente sarete in grado di capire quanto possa essere fortunato chi ama e frequenta la fotografia.

Buona lettura!

“TO SHOOT PICTURES…”
di Wim Wenders (Una volta, ed. Socrates)

“Sparare” fotografie.Quello del fotografare è un atto nel tempo,nel quale qualcosa viene strappato al suo momentoe trasferito in una diversa forma di continuità.Si pensa sempreche ciò che viene strappato al temposi trovi davanti alla macchina fotografica.Ma non è del tutto vero.Fotografare è infatti un atto bidirezionale:in avanti e all’indietro.Certo, si procede anche “all’indietro”.Il paragone non è poi tanto stravagante.Come il cacciatore appoggia il suo fucile,mira alla selvaggina davanti a lui,preme il grilletto,e quando parte il proiettileviene spinto indietro dal contraccolpo,così anche il fotografo viene risospintoverso se stessopremendo il dispositivo dello scatto.Una fotografia è sempre un’immagine duplice:mostra il suo oggettoe – più o meno visibile –dietro”, il “controscatto”:l’immagine di colui che fotografaal momento della ripresa.
Questa controimmagine,presente in ogni fotografia, non viene fissata dall’obiettivo,così come il cacciatore non viene colpito dal suo proiettile,ma ne avverte soltanto il contraccolpo.Cos’è dunque il “contraccolpo” del fotografo?Come viene percepito,come si riproduce nell’immagine fotografata?Che cosa lo rende, per così dire, evidente nella fotografia?In tedesco c’è una parola molto significativaper indicare questo concetto,una parola che conosciamo da contesti del tutto diversi:disposizione. (In tedesco: Einstellung, n.d.t.)
In senso psicologico o morales’intende con essa sottolineare l’atteggiamentocol quale qualcuno “si dispone a qualcosa”,ovvero si prepara a qualcosa per poi ri-prenderla.La “disposizione”è però anche un concetto nella fotografiao nel film,e definisce l’immagine e il suo taglio,ma ancheil modo in cui si dispone la macchina fotograficarispetto ai valori della luce e dei tempi,con i quali l’operatore poi si dispone alla “ripresa”.Naturalmente non è un casoche la stessa parola definisca tanto l’atteggiamentoquanto l’immagine prodotta mediante lo stesso.Ogni “disposizione” (e quindi ogni immagine)riflette la “disposizione” di colui che ha “ripreso” questa immagine.
Al contraccolpo del cacciatorecorrisponde nella fotografiail ritratto, più o meno visibile,di colui che fotografa.Non vengono fissati i tratti del volto,bensì il suo atteggiamento, la sua disposizione verso ciòche gli stava davanti.La macchina fotografica è dunque un occhioche può guardare nel contempo davanti e dietro di sé.Davanti scatta una fotografia,dietro traccia una silhouette dell’animo del fotografo:ovvero coglieattraverso il suo occhio ciò che lo motiva.Una macchina fotografica vede perciò davanti il suo oggetto,e dietro il motivo per cui questo oggetto doveva essere fissato.Mostra le cosee il desiderio di esse.Verso ciò che è davanti assume un atteggiamento,e altrettanto verso ciò che sta dietro.Ecco.Ogni secondo in qualche parte del mondoqualcuno fa uno scatto e fissa qualcosaperché lui, o lei, sono affascinatida una certa luce,da un volto,da un gesto,da un panorama,o da un’atmosfera,o semplicemente perché una situazione doveva essere fissata.Gli oggetti della fotografia,questo è evidente, sono innumerevoli.Ogni secondo li moltiplica di nuovo all’infinito.Ogni istante del fotografare,in qualche parte del mondo, è però unico e incomparabile.Il tempo,il tempo inarrestabile, ne è un garante.Perfino le migliaia e migliaia di istantanee dei turisti,le “photo opportunities” appositamente segnalate,sono, prese in sé, incomparabili e uniche.
Il tempo,perfino nei suoi momenti più banali e lapidari,come nello”scatto” dei turisti, è unico e irripetibile.Ciò che è straordinario in ogni fotografianon è tanto il fattoche là,secondo l’opinione corrente,sarebbe stato “fissato il tempo”,bensì il contrarioche proprio in ogni foto esso torna a dar provadi quanto sia in-arrestabile e continuo.
Ogni foto è una rievocazione della nostra mortalità.Ogni foto tratta della vita e della morte.Ogni foto ha un’aura di sacralità.Ogni foto è più dello sguardo di un uomo,è superiore alle capacità del suo fotografo.Ogni foto è anche un aspetto della creazioneal di fuori del tempo, da una visuale divina.
Di fatto il fotografare (o meglio il poter fotografare)è “troppo bello, per essere vero”.Ma è anche altrettantotroppo vero per essere bello.Perciò fotografare èsempre anche un atto di presunzione e di ribellione.Fotografare insegna l’intemperanza o l’umiltà.(Dietro alle foto veramente “buone” peròsi scorge sempre l’occhio umile).
Se una macchina fotografica riprende dunque in ambedue le direzioni,in avanti e all’indietro, fondendo le due immagini tra loro,in modo che il “dietro” si dissolva nel “davanti”,allora essa permette al fotografo già nell’istante della ripresadi essere davanti, dentro alle cose, e non separato da loro.Attraverso il mirinocolui che fotografa può uscire da séed essere dall’“altra parte”, nel mondo,può meglio comprendere, vedere meglio, sentire meglio, amare di più.(E certo, purtroppo, anche disprezzare di più.C’è anche quello infatti, lo “sguardo cattivo”.)
Ogni fotografia, ogni “Una volta” nel tempo,è anche l’inizio di una storia che comincia con “C’era una volta…”.Ogni foto è anche la prima chiave di un film.Spesso poi il momento successivo, i piccoli progressi,il nuovo scatto, l’immagine che seguesono già uno scovare le traccedel procederedi questa storia nel suo proprio spazio e nel suo proprio tempo.Per me in ogni casoil fotografare era diventato “nel corso del tempo”sempre più uno “scovare le tracce di storie”.
Perciò in questo libro ci sonopiù serie di immaginiche non immagini singole.In ogni seconda immagine ha inizio il montaggio,si muove la storia che si era annunciata nella prima immagine,il suo senso dello spazio si svolge nella direzione che le è propria,lasciando presagire il suo senso del tempo.Talvolta il presunto protagonista si presentain un ruolo del tutto secondario.E talvolta non c’è un personaggio di primo pianoma un paesaggio.Credo fermamente nella forza creativa dei paesagginell’ambito di una storia.
Ci sono paesaggi,siano essi città, luoghi deserti,paesaggi montani, o tratti costieri,che addirittura reclamano a gran voce una storia.Essi evocano le “loro storie”, sì, se le creano.I paesaggipossono essere veramente personaggie le persone che vi compaiono semplici comparse.E poi credo altrettanto fermamente agli accessori.Cosa non può raccontare il giornaleapparentemente dimenticato per caso in una foto!Oppure il cartello pubblicitario sullo sfondo!O la macchina parcheggiata al margine della strada!Una sedia!Come se ne sta lì!Come se proprio ora qualcuno si fosse alzato!Un libro aperto su un tavolo!Il mozzicone di sigaretta sul marciapiede!
Nelle foto le cose possono essere tragiche,terribilmente buffe, divertenti o tristi.Per non parlare dei capi di vestiario!Nulla può apparire più eccitante nelle foto.La calza che scende sulla gamba di un bambino!Il bavero rivoltato di un uomo che si vede solo da dietro!Macchie di sudore! Pieghe!Bottoni che mancano! Cose appena stirate!La storia della vita di una donna riepilogata nel suo vestito!Il dramma di un uomo espresso nel suo cappotto!Il vestiario indica la temperatura di un’immagine,la data, l’ora,periodi di guerra e di pace,periodi intermedi.
E tutto appare sempre e soltanto una volta,e di quell’una volta, la foto fa poi un sempre.Soltanto attraverso la fotografia il tempo diventa visibile,e nel tempo, tra la prima fotografia e la secondaappare la storia,che senza queste due foto sarebbe caduta nell’obliodi un altro sempre.Così come io mentre fotografavovolevo perdermi fuori, nel mondo e dentro alle cose,allo stesso modo ora il mondo e le cose scaturiscono dalla fotografiaper entrare in me (o in ogni altro osservatore)e là vogliono continuare ad agire.Soltanto “là” nascono le storie,lànell’occhio di colui che osserva.
Spero che questo libro di fotografiediventi un libro di storie.Non lo è ancora, ma lo può diventareattraverso chiunque abbia vogliadi ascoltare il suo vedere.

Hi all!

This time no pictures: words only!

Some great thougths by Win Wenders about shooting pictures: I like every single word!

“TO SHOOT PICTURES…”
by Wim Wenders

To shoot pictures.
Taking pictures is an act in time,
in which something is snapped out of its own time
and transferred into a different kind of duration.
It is commonly assumed
that whatever is captured in this act
lies IN FRONT OF the camera.
But that is not true.
Taking pictures is an act in two directions:
Forwards
 AND backwards.
Yes, taking pictures also “backfires”.
This isn’t even too lame a comparison.
Just as the hunter lifts his rifle,
aims at the deer in front of him,
pulls the trigger,
and, when the bullet departs from the muzzle,
is thrown backwards by the recoil,
the photographer, likewise, is thrown backwards,
onto himself,
when releasing the shutter.
A photograph is always a double image,
showing, at first glance, its subject,
but at a second glance – more or less visible,
”hidden behind it”, so to speak,
the “reverse angle”:
the picture of the photographer
in action.

Just as the hunter is not struck by the bullet, though,
but only feels the recoil of the explosion,
this counter-image contained in every photograph
is not actually captured by the lens, either.
(Yet it remains somehow inextricably in the picture,
as an invisible impression of the photographer
that even gets developed within the dark room chemistry …)

To shoot pictures.
Taking pictures is an act in time,
in which something is snapped out of its own time
and transferred into a different kind of duration.
It is commonly assumed
that whatever is captured in this act
lies IN FRONT OF the camera.
But that is not true.
Taking pictures is an act in two directions:
Forwards
AND backwards.
Yes, taking pictures also “backfires”.
This isn’t even too lame a comparison.
Just as the hunter lifts his rifle,
aims at the deer in front of him,
pulls the trigger,
and, when the bullet departs from the muzzle,
is thrown backwards by the recoil,
the photographer, likewise, is thrown backwards,
onto himself,
when releasing the shutter.
A photograph is always a double image,
showing, at first glance, its subject,
but at a second glance – more or less visible,
”hidden behind it”, so to speak,
the “reverse angle”:
the picture of the photographer
in action.Just as the hunter is not struck by the bullet, though,
but only feels the recoil of the explosion,
this counter-image contained in every photograph
is not actually captured by the lens, either.
(Yet it remains somehow inextricably in the picture,
as an invisible impression of the photographer
that even gets developed within the dark room chemistry…)

short story – La Stazione (Train Station), Wislawa Szymborska

Ciao a tutti.

Questo post segna l’inizio di un nuovo progetto che si può riassumere in “sposare le foto con la poesia”.

Girovagando su Internet ho scoperto una poetessa polacca Wislawa Szymborska, poetessa che è stata anche Nobel per la letteratura nel 1996.

Sono rimasto folgorato dalla sua arte, di cui potete trovare un estratto nel sito The Dark Side.

Allora mi sono deciso, e ho preso una delle sue poesie, La Stazione, ed ho pensato come poter affiancare delle foto a questa meravigliosa poesia.

Se volete potete fare click sulla foto in fondo e dare un’occhiata sul risultato del mio multimediale: aspetto commenti!

Se non riuscite a vedere un bel niente (si dovrebbe vedere meglio con Internet Explorer che con Firefox) allora tiratevi giù il file da qua.

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Hi all!

This is a new beginning: a brand new project for Christmas!

I love poetry and surfing the Net I found some terrific poems by Wislawa Szymborska, a polish poet, who won the Nobel Prize on 1996.

You may find a lot of her work here.

So I decided to make my pictures meet her poems creating a new multimedia: just click on the picture below (best viewed with Internet Explorer) or download it from here.

You may find the poem Train Station here: it’s the first try, so let me know your comments!

Wislawa Szymborska © Foto PAP

La mia ultima mostra – My last exibition (Part 2)

Come promesso fate un click sotto per vedere la mia “sfortunata mostra” di Milano… grazie!

Hi all!

I’m here again to introduce the slide show of my last exibition in Milan.

It was an disappointing experience: a two-days event, a long and stressful trip from Lucca to Milan … for what? Around 20-30 guys… Too bad!

Anyway, please click the picture below and you’ll be another “virtual” guy visiting my exibition… thank you!

Mostra a Milano

Mostra a Milano